World will change”, il mondo cambierà: questa era la frase con cui sono stati pubblicizzai i Game Awards nei social già diversi mesi prima l’evento stesso.

Geoff Keighley aveva già la passione per i videogiochi nei primi anni ‘90, come molti altri, ma quando ai Cybermania ’94: The Ultimate Games Awards, all’età di soli 14 anni, aiutò a scrivere i testi, le frasi e le battute che le celebrità coinvolte avrebbero dovuto leggere durante le premiazioni. Cybermania ‘94 non venne considerato un successo e con la mentalità dell’epoca non gli venne neanche concessa la serietà
della celebrazione che era, rimanendo quindi un semplice spettacolo comedy con battutine e siparietti che oggi, a distanza di 24 anni, definiremmo cringe. Fu in quel momento che la sua passione diventò prima un sogno e poi un progetto: dare a quella passione l’evento che meritava, una vera e propria celebrazione del mondo videoludico che si sarebbe posta come gli Academy Awards dei videogiochi, con ospiti di alto livello, world premiere, blackjack e squillo di lusso.

Blackjack e squillo a parte, negli anni 2000 Keighley prese sempre più importanza nel giornalismo videoludico in generale, portando avanti i coverage di svariate edizioni dell’E3 con tanto di interviste ai capoccia di allora dietro a Sony, Microsoft e Nintendo. Per diversi anni partecipò anche agli Spike Video Game Awards (conosciuti anche come VGA e, all’ultima trasmissione, VGX), fino al loro termine nel 2013. Dopo quell’anno, con la scomparsa dei VGA, Keighley diede vita alla prima edizione dei The Game Awards (TGA) e con 2 milioni di spettatori in tutto il mondo e una decina di World Premiere il suo sogno poteva già dirsi realizzato.

Pensate come si è sentito Keighley, quando 24 anni dopo essersi messo in testa di voler restituire a quella sua passione una celebrazione degna, sale sul paco dei TGA 2018 il 6 Dicembre: 50 World Premiere, Guest Star dai Fratelli Russo a Christoph Waltz, passando per vari vincitori dei Grammy Awards e altri personaggi di spicco. Sul palco, insieme a lui, Phil Spencer, Reggie Fils-Aime e Shawn Layden. Alle loro spalle, un’orchestra co-diretta da Hans Zimmer.

Il mondo, quello dei videogiochi, era cambiato ed era lì, al suo apice, omaggiato e celebrato davanti a più di 11 milioni di spettatori, in un evento che ci ha voluto ricordare quanto e come sta cambiando, tanto nella sua grandezza quanto nella sua importanza.

Tre ore e trenta minuti di annunci non-stop e premiazioni

Con trenta minuti di “pre-show” con un paio di teaser al volo (già due world premiere) e qualche piccolissima premiazione, Sony, Microsoft e Nintendo reincarnate salgono sul palco con un discorso rivolto a tutti gli appassionati, un discorso ottimistico forte degli ultimi anni farciti di successi e capolavori, quattro anni circa che non hanno mai mostrato il fianco recuperando un start generazionale delle console non proprio roseo.

Molte cose sono cambiate: le nicchie ormai sono così grandi in numero che a stento si possono riconoscere, nascono giochi-servizi dagli incassi a sette zeri mentre i Content Creator tengono accesa l’attenzione di altrettante persone. L’E3 aperto ormai da un paio di edizioni anche ai visitatori e non solo ai giornalisti senza alterare il successo di eventi successivi, come Gamescom e Paris Game Week. Una comunità quindi grande e forse ancora instabile, ma viva più che mai con tutti i pro e i contro del caso in quelli che sono gli ultimi anni dell’attuale generazione di console.

I TGA si sono presentati con un ritmo che ha ricordato la conferenza Microsoft all’E3 2018, con tre ore e mezza di annunci quasi costanti, interrotti soltanto dalle premiazioni e dai relativi discorsi di ringraziamento, accompagnati da qualche siparietto comico e dall’orchestra che si sbizzarriva man mano che ci si avvicinava al premio più ambito, quello del gioco dell’anno. Le categorie erano numerose e su Twitter si postavano le liste dei titoli più quotati già dalla pubblicazione delle nomination qualche settimana prima, seguite dalle classiche e immancabili lamentele su titoli che non erano stati proposti o addirittura messi in una categoria che, a detta di alcuni, era semplicemente la categoria sbagliata.

Con pause pubblicitarie che non duravano più di 30 secondi, le 50 world premiere hanno occupato egregiamente il loro spazio tra le varie premiazioni: moltissimi indie, alcuni ben promettenti anche dal semplice trailer. Da notare come tra questi ””””piccoli”””” annunci molti avevano un forte impatto stilistico/artistico ricordato giochi come Journey, magari poveri di gameplay data la loro natura ma comunque interessanti.

Un interessante particolare legato a questi “””piccoli””” annunci è la conferma della sfida lanciata da Epic Games a Steam: non c’è bisogno di dire quanto l’idea di Epic di lanciare un proprio store sia stata criticata o addirittura derisa, ma la maggior parte delle world premiere su pc (se non quasi tutte) usciranno direttamente ed esclusivamente sull’Epic Games Store, tagliando completamente fuori Steam. Ovviamente non basta a capovolgere le aspettative, il colosso della Valve continua a sembrare insormontabile anche dopo i recenti problemi legati ai filtri applicati ai giochi entranti, quasi del tutto eliminati, ma la presa di posizione di Epic si è mostrata solida e decisa, forte del divario tra i contributi richiesti da loro e da quelli richiesti dallo store della Valve.

Tra le bombe di piccolo calibro troviamo anche un nuovo Far Cry (per quanto sembri un espansione stand alone, e probabilmente è così) ambientato dopo gli eventi del 5, nuove info su Anthem, un Rythm Game per Switch seguito da un gioco a tema Avenger per la medesima console, un nuovo trailer per Rage 2 e un simpatico giochino basato sulla 3° stagione di Stranger Things. Da sottolineare anche l’uscita di Stanley Parable su console con l’Ultra Deluxe Edition, con un trailer con una comicità da far invidia allo humor tipico dei Devolver Digital.

Tra le vere bombe, il ritorno di Obsidian Entertainment con The Outher Worlds seguito dal ritorno altrettanto apprezzato di Psychonauts con un secondo capitolo, ma anche un teaser che richiama a gran voce la serie Dragon Age senza confermare nulla, Mortal Kombat 11 con un trailer in CG in pieno stile Mortal Kombat X, un trailer con Terry Crews con data d’uscita di Crackdown 3 e il tanto richiesto (e sperato) Crash Team Racing.

Di annunci, quindi, ne hanno fatti di tutti i tipi e per tutti i gusti, grandi e piccoli… eppure per molti è mancata quella Bomba Atomica, quell’annuncio WOAH che avrebbe coronato l’evento, o ancora meglio, QUEGLI annunci che avrebbero fatto esplodere il palco… ma subito dopo l’assegnazione del premio Gioco dell’anno, Keighley saluta tutti gli spettatori mentre buona parte di questi aspettano la tanto attesa sorpresa. E invece la trasmissione finisce lì, niente bomba atomica, niente boom. Sui social scoppia un mezzo caos e i giornalisti in cerca di fama e gloria si scagliano contro l’evento proprio perché è quello che la gente voleva.

Cosa è successo? Perché Sony è rimasta muta oltre al bellissimo discorso iniziale che ha portato avanti con Microsoft e Nintendo, che invece hanno mostrato diverse cose interessanti? Dov’è il mega annuncio della Capcom? E i giochi-complotti alla Borderlands 3? La demo di Resident Evil 2? E soprattutto: dov’è Death Stranding, dov’è Kojima?! Perché tutto questo manca?!

Ma queste cose, la bomba atomica, il mega annuncio, Sony, Death Stranding e chi più ne ha più ne metta… mancavano davvero?

The Rumor Awards 2018, ovvero come la celebrazione massima del videogioco è stata vista dalla stupidità di molti

Se in un gioco di guida sviluppato con l’intenzione di farne un iper-simulativo manca la componente shooter, non è una mancanza del gioco, non è un qualcosa che è venuto a mancare ma è qualcosa che, semplicemente, non ne ha mai fatto parte. Se ci si pone in modo oggettivo non si può screditare questo ipotetico gioco per la sua mancanza, non è né un pro né un contro, se proprio lo si vuole criticare ci si dovrà porre soggettivamente e dire “io cercavo un gioco di macchine in cui si spara, in questo gioco di macchine non si spara, quindi mi fa schifo a prescindere”, non “in questo gioco di macchine non si spara, è un gioco orribile”.

Lo stesso discorso riguarda sia i TGA 2018 che qualsiasi altro evento di questo tipo: la sola aspettativa di un appassionato, seguita magari da leak e rumor di ogni genere, va a trasformarsi in una critica insensata quando quel qualcosa non si presenta. Ma non è colpa dell’evento in sé, se proprio si vuole dare una colpa la si deve dare addirittura all’appassionato stesso che ha preteso qualcosa che nessuno gli deve, in un evento che di appassionati ne ha coinvolti a milioni. Ovviamente se sviluppatori e company si mettono a speculare a poche ore dall’evento in via ufficiale, facendo palesemente intendere di riferirsi a quell’evento ma senza mai dirlo ufficialmente, e lì non c’era quello che si aspettava, il problema è sempre di chi si è fatto i viaggi mentali. A mio dire il momento in cui la situazione si capovolge, l’unico tra l’altro, è quello in cui viene specificatamene detto che ci sarà tot cosa a tot evento con tot persone. E qui si passa al Caso Kojima, sia perché merita una parentesi tutta sua sia perché è un ottimo esempio della questione.

Keighley e Kojima sono amiconi da un bel pezzo e non a caso più della metà dei trailer di Death Stranding sono stati mostrati ai passati TGA. Per l’edizione del 2018 c’era addirittura una mail ufficiosa di Sony Brazil che faceva riferimento all’annuncio delle date d’uscita di Ghost of Tsushima e Death Stranding, rumor che tra l’altro venne rafforzato da un goffo placeholder della catena Walmart che lo dava per il 31 Giugno 2019. Non ci è voluto molto a collegare tutti questi dettagli tra di loro: Walmart anticipò ben tre grandi annunci dell’E3 di quest’anno, fallendo solo con Borderlands 3 ma azzeccando The Division 2, Gears of War 5 e Just Cause 4; Kojima ha sempre visto il 2019 come anno di lancio della sua nuova IP e lo stesso Norman Reedus l’ha confermato in un intervista a cui ha partecipato proprio durante i TGA 2018, in quelle stesse ore.

Si è così creata questa fantomatica aspettativa costruita su leak e rumor di ogni genere sparsi per l’intero anno e a nulla è servito il tweet dello stesso Kojima che si scusava con Keighley per non riuscire a partecipare all’evento: rinomato com’è per i suoi troll, anche questo disperato messaggio è stato interpretato come tale e la delusione a fine evento non ha tardato ad arrivare, affiancandosi a qualsiasi altro annuncio immaginario mancato e creando una valanga di incompresi supportato tra l’altro da piccole e fastidiose testate giornalistiche che, essendo tutt’altro che generaliste, sono state addirittura eletti da alcuni come paladini della giustizia proprio perché rappresentano una fantomatica nicchia.

Non ho abbastanza sarcasmo o ironia per potervi descrivere la stupidità dietro le lamentele che nascono dietro un concetto che semplicemente non funziona, e di esempi se ne possono fare un miliardo con paragoni ironici, ma non servono nemmeno perché penso di essermi dilungato anche troppo. Ma la cosa veramente triste è mettere questo discorso su un altro piano, perché così come c’è stata una buona fetta di gente che si è lamentata dell’assenza o della qualità degli annunci c’è stata anche un’altra bella fetta che si è lamentata di cose come: tra un annuncio e l’altro parlavano troppi, chi se ne frega dell’orchestra, i discorsi di ringraziamento sono troppo lunghi…

Sia chiaro, chiunque può fare quello che vuole, ma stiamo al discorso della mancanza di prima leggermente variato: se prima si pretendeva una cosa che mancava ora ci si sta lamentando della caratteristica fondamentale dell’evento stesso, perché si, c’erano 50 world premiere… ma lo scopo dei TGA non è sparare annunci a raffica, non è l’E3 dei poveri o l’alternativa alla Gamescom. I TGA sono una celebrazione, non mi stancherò mai di dirlo. I discorsi di ringraziamento troppo lunghi? Quando ho visto il director di God of War salire sul palco per ritirare il premio, vederlo emozionatissimo e agitato, pensando alla sfortuna che ha avuto ad uscire in un anno (l’ennesimo) dominato dalla Rockstar… beh, mi sono emozionato un po anch’io.

Gusti a parte God of War è stato un gioco molto lodato, riconosciuto da moltissimi come un grandissimo capolavoro anche per il coraggio che ha avuto ad interfacciarsi con i capitoli precedenti e ad uscire illeso dai cambiamenti. E per tre ore su tre ore e mezza, ogni premio in cui era coinvolto God of War se l’è portato via Red Dead Redemption 2 con una sola eccezione (fino a quel momento). Se già vederlo agitato mentre ritirava il premio per la Game Direction dopo 3 ore così, vederlo salire per il premio più ambito (e soprattutto, per quello in cui era più a sfavore) è stata un’emozione.

[E si, piccola parentesi, ovviamente è partita anche la polemica per il fatto che sia stato God of War a vincere e non Red Dead Redemption 2, ma qua andiamo tra l’infantile e la perdita di tempo e quindi me lo risparmio volentieri come discorso.]

Di momenti così ce ne sono stati davvero tanti e nessuno di questi, ovviamente, era legato agli annunci: io ho trovato persino toccante vedere SonicFox ritirare il premio per il Best Esports Gamer, ammetto di non sapere che tipo di personaggio è, ma era sul palco tanto emozionato quanto incredulo, felice davvero come pochi. Anche i siparietti comici erano ben ispirati, come quello in cui gli attori dietro i protagonisti di God of Wrar hanno tirato fuori l’immortale BOY!

Ed è per momenti come questi che i TGA sono stati pensati, basati su questo e AFFIANCATI dagli annunci: e se state pensando che mi sbagli solo perché su tre ore e mezza, due e quaranta erano di annunci… beh, non avete proprio afferrato il succo del discorso, così come non avete capito lo scopo dell’evento (di nuovo), ed è inutile anche continuare a provarci.

Conclusioni: World has changed

I TGA 2018 si sono conclusi così: ritmi serrati, annunci di ogni calibro e tipo, tutto organizzato perfettamente e senza tempi morti, con diversi momenti in grado di regalare qualche emozione agli appassionati. Chi è rimasto deluso ha fatto troppi viaggi mentali ed era nel posto sbagliato per il motivo sbagliato, così come i giornalisti che in queste ore gli danno fiato e giustificazioni.

E ora, negli ultimi anni di questa generazione di console, Sony, Microsoft e Nintendo sembrano guardare al futuro come ad una nuova epoca d’oro in arrivo, basata su una ritrovata unità di questo medium e di chi ne fa parte, ma sopratutto grazie alla grandezza che questa forma di intrattenimento sta prendendo e consolidando, celebrata magnificamente in un occasione dove (seppur non vi ho visto il titolo che speravo di vedere) mi è piaciuta ben oltre ogni precedente aspettativa, e realizzando questo ho capito cosa sono davvero i TGA.

Mi piace pensare a Geoff Keighley dentro allo scenario che aveva sognato 24 anni fa, a soli 14 anni: non un evento dei videogiochi, ma per i videogiochi, per la sua a quanto pare inesauribile passione.

“Non si può descrivere la passione, la si può solo vivere”

– Enzo Ferrari

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"Ho salvato il mondo, ucciso il drago, protetto la principessa e vinto il Grand Prix. E tutto questo accendendo una console"

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